Ma quali sono i punti incriminati di questa “miniriforma” dell’università? Innanzi tutto, essa concede ai singoli atenei la possibilità di tramutarsi in fondazioni di diritto privato, in modo tale da potersi aprire ai finanziamenti di soggetti non pubblici, quali le aziende. Qualcuno potrà obiettare che questa è solo un’opportunità e non un obbligo per le università. Questo è vero; ma se da un lato tagliamo il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) – la principale fonte di sostentamento delle università italiane – per complessivi 1,5 miliardi nei prossimi cinque anni, e dall’altro concediamo loro la possibilità di accettare finanziamenti privati, in realtà stiamo ponendo gli atenei di fronte a una scelta obbligata: privatizzarsi o chiudere. Qualcun altro potrà obiettare che in fondo una tale trasformazione non è necessariamente un male; si, forse con la privatizzazione, avremmo università con strutture più belle, magari con servizi più efficienti, magari con meno sprechi sul piano amministrativo, ma sicuramente avremmo un’università e una ricerca meno autonome e piegate alle esigenze di chissà quale lobby o gruppo industriale. E in secondo luogo avremmo un’università non più pubblica e, in quanto tale, libera di aumentare le tasse – il cui contributo massimo è oggi fissato al 20% del FFO – indiscriminatamente, consentendo l’accesso a un numero sempre più esiguo di persone.
Si va quindi verso un modello americano di diritto allo studio; un modello nel quale gli abbienti studiano sempre e comunque, i meno abbienti studiano solo in caso di comprovata eccellenza, lottando tra loro per l’assegnazione di un piccolo numero di borse di studio. Un modello di istruzione classista, figlio di una deriva liberistica che accetta con bieca indifferenza il proliferare delle disuguaglianze sociali.
Alessandro Marinucci
