Riporto alcune righe scritte da Simona Colarizi in Storia Politica della Repubblica, a proposito della prima tangentopoli:
“Caratteristica dell’Italia è la sua debolezza congenita che, per quanto lucidamente consapevole dei meccanismi degenerati del sistema, esprime una rappresentanza a sua immagine e somiglianza. Il secolare deficit di senso dello Stato e l’acquisizione relativamente recente dei valori di democrazia, pesano nell’acquisizione della piena e consapevole cittadinanza che si compone di diritti ma anche di doveri. E per rendersene conto, basta considerare la vastità dell’evasione fiscale, della resistenza alle regole, dei comportamenti privati e pubblici ai limiti e oltre i limiti della legalità. Quel meccanismo, consenso in cambio di voti, alla base della partitocrazia, di per sé indica una collusione di fatto con la classe politica che non piace, ma viene mantenuta al potere fino a quando assicura favori e protezione. L’interpretazione di un crollo della prima Repubblica, abbattuta a furor di popolo grazie ai giudici che hanno smascheratole le malefatte dei partiti, è sicuramente consolatoria per la coscienza degli italiani.”
In questi giorni in America sta andando in onda un video delle Star di Hollywood per spronare gli elettori giovani:
«Non votare: a meno che non ti importi qualcosa dell’economia. O dell’educazione dei bambini, del riscaldamento globale, della guerra, del terrorismo, del diritto all’aborto, del Darfur, all’assistenza sanitaria. E solo in questo caso, allora sì, vale la pena votare. Perché votare, non è solo un dovere civico: è l’unico modo per cambiare le cose».
Non è molto che mi interesso di politica, ma è da sempre che cerco di capire la società in cui vivo.
Sempre più spesso mi capita di sentire giovani amici risentirsi della mia attività nel partito, convinti che l'unica soluzione sia non votare. «Tanto sono tutti uguali», dicono.
Proprio adesso che l’Abruzzo si ritrova meridionale e corrotto, credono di sopraelevarsi isolandosi dal sistema. Troppo facile.
Se la metà di quelli che non si sentono rappresentati dai partiti politici entrassero in uno di essi dando una mano alla minoranza “giusta” che è già inserita (perché qualche disinteressato c’è sempre), si potrebbe ribaltare la guida di questi oscuri protagonisti della partitocrazia italiana.
Ma finché l’interesse individuale verrà prima del benessere collettivo, finché sarà più facile generalizzare e rinunciare a combattere per una società migliore piuttosto di partecipare e giocarsela, fin quando farà comodo avere l’alibi della classe politica corrotta e ci si accontenterà di esso, allora vorrà dire che ci meritiamo tutto questo. Non ci meritiamo, però, la possibilità di criticare dall’alto.
Luigi Ranieri